Petrolio (Foto da Pixabay)
I prezzi del petrolio hanno registrato un nuovo rialzo nei giorni scorsi, chiudendo in crescita di circa il 2%, spinti dalle tensioni politiche in Iran: le proteste interne e l’incertezza sul futuro del regime hanno riacceso l’allarme per il mercato energetico e il possibile impatto della crisi sulle forniture. L’Iran, infatti, è uno dei principali produttori mondiali con oltre tre milioni di barili al giorno, per cui la sua crisi potrebbe far aumentare ulteriormente i prezzi del greggio.
La situazione è resa più complessa dal fatto che, nonostante l’andamento dei mercati petroliferi sia stato relativamente stabile negli ultimi mesi nonostante conflitti internazionali, la percezione del rischio non sparisce mai del tutto, specialmente quando le dinamiche nazionali di un produttore così importante restano imprevedibili.
Si pone un problema per l’Italia e una parte dell’Ue di una copertura dalle oscillazioni dei prezzi: contrariamente ad altri attori mondiali che usano strumenti finanziari o strategie di gestione del rischio per proteggersi, come evidenziato dall’economista Paolo Annoni, l’Italia e alcuni Stati membri risultano vulnerabili su questo fronte, con effetti potenziali su costi energetici, inflazione e bilanci pubblici.
La fase politica in Medio Oriente rende instabili i mercati energetici mondiali: se la crisi in Iran dovesse aggravarsi o se si verificassero sviluppi militari significativi (come un’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz), i prezzi del petrolio potrebbero subire ulteriori pressioni.
