Sulla portaerei Usa Gerald Ford (Ansa)
Intervenuto sulle pagine de ilSussidiario.net, il generale Giorgio Battisti (ex comandante del Corpo d’armata di reazione rapida) ha spiegato cosa c’è veramente dietro ai ritardi di Trump nell’intervento promesso in Iran per sostenere il popolo in rivolta ormai da più di due settimane, vittima della violentissima repressione da parte del regime degli ayatollah: un attacco – spiega Battisti – tutt’altro che semplice e imminente perché se nella missione in Venezuela il presidente USA poteva contare su un gran numero di soldati pronti all’azione, l’Iran è un teatro completamente diverso.
In Iran, infatti, “non ci sono forze americane schierate“, né – a differenza di Caracas – sbocchi sul mare ed è facile immaginare che i vertici del regime si siano già nascosti in “località protette difficili da raggiungere con gli elicotteri”; ma resta il fatto che dopo le fortissime dichiarazioni degli ultimi giorni, Trump non possa più “limitarsi a imporre sanzioni o dazi”, né a condurre “attacchi cyber” di portata piuttosto limitata.
Secondo Battisti, peraltro, Trump non può ignorare il fatto che colpendo militarmente l’Iran – oltre all’ovvio rischio di mietere vittime civili – rischia di scatenare reazioni da parte degli ayatollah contro realtà come “Arabia Saudita, Qatar e [gli] altri Paesi del Golfo”, oppure potrebbe anche spingere Teheran a chiudere lo “Stretto di Hormuz” dal quale “passa un quinto del petrolio mondiale”: in tal senso, secondo il generale l’alternativa migliore sarebbe quella di “rinforzare in modo discreto le minoranze”; ma in questo caso il rischio è di lasciare il paese senza ayatollah nel centro di una “guerra civile“.
