La guida suprema dell'Iran, ayatollah Ali Khamenei (Ansa)
Anche se molti credevano (e, forse, speravano) che le proteste in Iran fossero il primo passo di una più ampia rivoluzione che avrebbe portato alla fine del regime degli ayatollah, secondo l’ex ambasciatore italiano – che operò proprio in Iran, ma anche in Cina – Alberto Bradanini la realtà è ben diversa: un cambiamento netto nelle proteste che a suo avviso sarebbe legato anche alla mancata decisione statunitense di intervenire militarmente a sostegno dei protestanti per via di una serie di calcoli politici ed economici fatti da Trump.
Secondo Bradanini, infatti, un eventuale attacco in Iran da parte degli USA avrebbe causato una potenziale serie di reazioni a catena imprevedibili ed estremamente disastrose, partendo dall’ovvia ritorsione contro le “basi militari USA” che si trovano sul territorio di Teheran, passando per possibili blocchi dello “Stretto di Hormuz” e arrivando fino al vero e proprio “addio al sogno” di Trump di una vittoria nelle elezioni di midterm; senza neppure tralasciare il rischio che un morente regime avrebbe potuto ricorrere anche all’uso di “ordigni nucleari”, potenzialmente contro Israele.
D’altra parte, secondo l’ex ambasciatore non mente Trump quando sostiene che le proteste e – soprattutto – le uccisioni di civili in Iran sono cessate: dietro alle agitazioni, infatti, c’erano sicuramente gli uomini del “Mossad” che avrebbero ridotto la portata delle tensioni quando si sono resi conto che “i vertici [e] l’esercito” di Teheran sono rimasti uniti attorno al regime e guardando al futuro, secondo Bradanini agli USA non resta altro da fare se non “aspettare il momento opportuno” per fomentare una nuova protesta e compiere la volontà di deporre il regime.
