Board of Peace, la firma a Davos con Trump e i leader internazionali (ANSA-EPA 2026)
Sembra essere ufficialmente iniziata (almeno, sulla carta) la storia del Board of Peace per Gaza nato su iniziativa degli Stati Uniti con l’obiettivo principale di guidare la futura ricostruzione della Striscia palestinese, raccogliendo l’adesione di decine e decine di leader mondiali: un’iniziativa, però, che secondo il direttore del CeSI Marco Di Liddo nasce “zoppa” perché pur essendo pensato per tutelare Gaza, il Board of Peace non include al suo interno neppure una parvenza di rappresentanza palestinese.
In tal senso, infatti, non deve trarre in inganno che nel Board of Peace ci siano realtà arabe come la Turchia e il Qatar, storicamente vicine alla Palestina e alla sua causa in Medio Oriente, perché – spiega Di Liddo in un’intervista rilascia a ilSussidiario.net – seppur potrebbero provare a far prevalere la voce di Gaza, torneranno immediatamente al loro posto non appena Trump sventolerà la “minaccia di interrompere la cooperazione militare o di imporre dazi”: proprio per la dimensione sempre più violenta del dibattito, secondo l’esperto, il Board of Peace avrà vita piuttosto complessa.
Non solo, perché così com’è formulato in questo momento, il Board of Peace secondo Di Liddo presenta anche almeno tre criticità: la prima è che include al suo interno paesi noti per il “trattamento delle minoranze o delle opposizioni politiche” tutt’altro che democratico; il secondo – in parte collegato al primo – è la presenza della Russia, “Paese aggressore in un altro contesto”, e l’ultimo è legato al fatto che si tratta di un’iniziativa in cui “il peso specifico degli [USA] è infinitamente più alto“.
