Terra (Foto da Pixabay)
Un recente problema di salute di un astronauta della missione Crew-11 della NASA sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) ha riportato all’attenzione i limiti attuali della medicina spaziale e i rischi associati a missioni umane di lunga durata, potenzialmente fino alla Luna e a Marte. Una navicella Crew Dragon è stata richiamata sulla Terra e l’equipaggio – composto da astronauti americani e internazionali – è rientrato in anticipo a causa di una emergenza medica ritenuta “seria” durante la permanenza orbitale, un evento eccezionale nella storia delle attività NASA.
Per il professor Mariano Bizzarri, che insegna patologia clinica nel Dipartimento di Medicina sperimentale dell’Università Sapienza di Roma, questa vicenda dimostra che servono strumenti diagnostici e terapeutici più avanzati in orbita, visto che la ISS, sebbene dotata di attrezzature per assistenza di base, non permette diagnosi complete né trattamenti specialistici in autonomia, motivo per cui l’astronauta è stato riportato a Terra per cure più approfondite.
Bizzarri richiama la microgravità, le radiazioni ionizzanti, l’alterazione dei ritmi circadiani e i cambiamenti fisiologici del corpo umano nello spazio, perché possono provocare condizioni di salute complesse e difficili da gestire senza strutture mediche terrestri. Finora l’esplorazione spaziale umana si è concentrata in orbita terrestre bassa, ma le sfide aumentano in maniera esponenziale visto che all’orizzonte ci sono permanenze prolungate sulla Luna o per i viaggi verso Marte, dove l’assenza di un sistema di evacuazione rapido rende la gestione di emergenze mediche estremamente complessa.
