Ali Khamenei, Supremo Ayatollah dell’Iran (ANSA-EPA 2026)
La tensione in Iran (e, di conseguenza, nell’intera area mediorientale) sembra essere alle stelle e non è un caso che tra Trump e Khamenei si sia inserito nelle ultime ore anche il presidente turco Erdogan per cercare di mediare una soluzione pacifica particolarmente gradita dalla totalità dei Paesi arabi, oltre che da Israele: una situazione sulla quale ha riflettuto l’opinionista egiziano Sherif El Sebaie sulle pagine de ilSussidiario.net, mettendo in fila le poche certezze che attualmente abbiamo sul futuro dell’Iran.
La volontà di Erdogan di mediare – spiega El Sebaie – è dettata soprattutto dal fatto che la destabilizzazione politica in Iran potrebbe “degenerare in una guerra civile“, con migliaia di profughi che si riverserebbero in massa nei paesi vicini, inclusa – ovviamente – la Turchia: Erdogan, insomma, nello scenario mediorientale funziona come una sorta di garante degli interessi dei Paesi arabi; ma l’effettivo esito delle trattative dipenderà dalla volontà (o meno) di Teheran di accettare le richieste di Trump “e Israele” di interrompere il suo “programma nucleare” e di ridimensionare il “programma missilistico”.
Secondo El Sebaie, comunque, l’obiettivo di Trump resta quello di “far cadere il regime”, ma per riuscirci deve prima superare la durissima “opposizione [dei] Paesi dell’area”, tra cui l’Egitto e l’Arabia Saudita che ha già negato la disponibilità all’uso delle sue “basi per colpire l’Iran”: un attacco – conclude l’opinionista – “ci sarà”, ma resta da capire “quando e soprattutto con quale forza [e] intensità”.
