Dollaro (Foto da Pixabay)
Dopo settimane di crescita sul fronte dell’oro e di netto calo su quello del dollaro, i mercati finanziari sembrano aver apprezzato la nomina di Kevin Warsh come successore alla guida della FED dopo la fine del mandato di Jerome Powell: una decisione che per Trump è stata un vero e passo indietro, optando per una figura che – quasi certamente – manterrà lo stesso identico rigore fiscale di Powell, ma che secondo Carlo Pelanda ha contribuito a frenare le mire finanziarie della Cina che si giocavano proprio attorno alla svalutazione del dollaro.
In un’intervista a ilSussidiario.net, infatti, Pelanda ha spiegato che dietro alle recenti fluttuazioni da record dell’oro c’era – oltre alle ovvie tensioni geopolitiche in atto – anche una dinamica di “acquisti importanti di oro fisico” da parte delle Banche centrali di mezzo mondo, inclusa quella cinese: l’idea che si è fatto l’economista con il suo centro studi è che Pechino stesse accumulando il metallo prezioso al fine di “creare una garanzia cui ancorare una moneta elettronica” ed è qui che entra in gioco il dollaro.
La presunta moneta cinese, infatti, avrebbe potuto rapidamente rimpiazzare il biglietto verde “negli scambi internazionali”, approfittando della forte svalutazione del dollaro: in tal senso la nomina di Warsh ha lanciato un messaggio chiaro a Pechino – ovvero quello che gli USA intendono rafforzare la loro moneta e non, come paventava Trump, indebolirla ulteriormente – che ora dovrà attendere un nuovo “indebolimento” del presidente USA per fare la sua mossa.
