(da sinistra a destra) Giorgia Meloni, Kyriakos Mitsotakis, Donald Tusk, Emmanuel Macron e Micheal Martin durante il vertice del Consiglio dell'UE a Bruxelles (Foto Ansa 2025 EPA/OLIVIER HOSLET)
L’Unione Europea può diventare il motore di una nuova fase di riglobalizzazione eurocentrica a fronte delle tensioni e del ridisegno degli equilibri economici. Se in passato gli obiettivi di integrazione commerciale come il TTIP tra Usa e Ue sono finiti nel dimenticatoio a causa di reazioni contrastanti e della percezione di rischio commerciale e politico, ora che c’è un americanismo protezionistico e un reshoring statunitense, oltre che una crisi di fiducia nel modello di globalizzazione finora dominante, l’Europa può esplorare forme di riglobalizzazione selettiva orientate a un mercato più coerente di democrazie avanzate e partner strategici.
Un segnale arriva dalla maggiore apertura di paesi come Canada, Giappone e persino l’India ad accordi commerciali e strategici con Bruxelles, ma altri emergono anche nel Sud globale. Inoltre, stanno accelerando partenariati bilaterali strategici tra l’Ue e paesi africani e nelle regioni dell’Indo-Pacifico, per ridurre la dipendenza dell’Europa dal mercato americano e ampliare le opportunità commerciali e industriali.
Secondo Carlo Pelanda, affinché l’UE possa realmente “capeggiare” una riglobalizzazione, servono trattati economici mirati con aree chiave come Regno Unito, Australia, Emirati, oltre alla cooperazione rafforzata con l’Africa; e una capacità di bilanciare le relazioni con Stati Uniti e Cina per mitigare reazioni negative a una spinta europea troppo assertiva. Ma segnala che tale processo non è immediato e richiede diversi anni, ma comunque c’è la possibilità concreta che l’Ue definisca un nuovo modello di integrazione geopolitica ed economica in grado di sostenere la competitività globale dell’Europa negli scambi, nell’innovazione e nella politica internazionale.
