Trump (Foto: Ansa)
Gli aiuti e gli interventi futuri a Gaza sono per Trump legati alla disponibilità di Hamas sul disarmo, infatti il Board of Peace – l’organismo che sta nascendo per la gestione post-conflitto – si prepara a stanziare circa 5 miliardi di dollari in aiuti per la ricostruzione.
Così Trump prova a svincolare gli aiuti umanitari e gli investimenti dal semplice sostegno formale, collegandoli invece alla smilitarizzazione, ma questa strategia incontra resistenze sia a Gaza sia da parte di Israele, con il primo ministro Benjamin Netanyahu più cauto nel sostenere l’operazione, temendo per la sicurezza e programmi che possano “normalizzare” i gruppi armati.
Netanyahu preferirebbe un approccio più graduale, senza legare frettolosamente gli aiuti a condizioni che sarebbe difficile verificare e far rispettare. Invece, da Hamas arrivano varie reazioni: il movimento islamista ha mostrato aperture formali verso idee di cessate il fuoco o riduzioni delle ostilità, ma non ha accettato impegni vincolanti di disarmo in via formale, per cui domina l’incertezza sul futuro della Striscia di Gaza, con analisti e diplomatici che mettono in guardia sul fatto che un disarmo effettivo richiederebbe garanzie di sicurezza, percorsi politici definiti e fiducia reciproca, tutti aspetti che ancora non sono risolti.
Per cui emerge il rebus che caratterizza qualsiasi piano di pace e ricostruzione: il raggiungimento di un compromesso tra aiuti e condizioni.
