Christine Lagarde, presidente della BCE (Ansa-EPA)
L’attacco al dollaro da parte della Banca Centrale Europea (BCE) non affronta i nodi strutturali più profondi dell’Ue per l’economista Carlo Pelanda, secondo cuu le mosse per “bilanciare” l’influenza della valuta americana sui mercati globali hanno un valore simbolico, ma non risolvono le difficoltà dell’Eurozona, a partire dalla mancanza di un mercato dei capitali realmente integrato, passando per le profonde asimmetrie macroeconomiche.
Nel tentativo di contrastare la supremazia del dollaro, che da decenni domina scambi, riserve e prezzi energetici, la BCE non dispone degli strumenti istituzionali in grado di creare un’alternativa competitiva forte: la moneta unica europea è debole rispetto al biglietto verde, perché manca una governance fiscale comune, una banca europea con prerogative simili a quelle della Federal Reserve e mercati dei titoli di Stato condivisi.
Ogni tentativo di contesa con il dollaro rischia di essere controproducente e di penalizzare le imprese europee che operano sui mercati: molte aziende dell’Eurozona, infatti, pagano importazioni o contratti in dollari, e oscillazioni improvvise possono ripercuotersi negativamente su costi e competitività. Per Pelanda l’Europa dovrebbe rinforzare la sua economia dall’interno: convergenza fiscale, istituzioni finanziarie più forti e incentivi agli investimenti produttivi in settori strategici.
La BCE può avere un ruolo importante nell’armonizzazione delle politiche monetarie all’interno dell’Eurozona e nella risoluzione delle vulnerabilità “esterne”, ma senza una più ampia integrazione politica ed economica europea – incluse riforme strutturali e un bilancio comune – tutte le sfide contro l’egemonia del dollaro rischiano di restare strumentali.
