La situazione in Iran (Foto: Ansa)
Sono giorni concitati e di attesa per ciò che succederà in Iran in seguito al probabile tracollo dell’accordo che, da diverso tempo a questa parte, Trump starebbe provando a mediare con il regime degli ayatollah, con uno sfondo fatto da una vera e propria armada stanziata “preventivamente” dell’area del Golfo Persico e che sembra lasciare presagire un futuro tutt’altro che pacifico: un dossier – quello dell’Iran – particolarmente delicato perché per Trump si apre un bivio dal quale difficilmente riuscirà a uscirne vittorioso.
Se attaccasse l’Iran, infatti, non avrebbe nessuna reale garanzia di una guerra lampo che gli permetterebbe di entrare e uscire sul modello venezuelano, con l’ulteriore rischio legato alle reazioni – difficilmente pacifiche – da parte degli altri attori regionali, dei proxy (da Hezbollah in giù) di Teheran e anche da realtà come la Cina e la Russia che supportano da tempo il regime degli ayatollah.
Non sarebbe, invece, migliore l’ipotesi di un ritiro dall’Iran dopo il vastissimo dispiegamento di forze: vedere l’armada di Trump tornarsene con la coda tra le gambe negli USA – sia in caso di accordo, che in caso contrario -, infatti, fornirebbe a Teheran una facilissima leva per consolidare il suo potere politico nel teatro mediorientale; oltre ad aprire a un caso diplomatico con Israele, fermo sostenitore dell’attacco armato.
