Auto (Foto: Freepik)
La presunta svolta dell’Unione europea sull’automotive non modifica davvero il percorso che sta portando alla deindustrializzazione del settore europeo: il caso simbolo per Mattia Adani, esperto di politiche industriali, è quello di Stellantis, che ha chiuso lo scorso anno con una perdita di oltre 26 miliardi di dollari, in gran parte legata a svalutazioni di investimenti nella mobilità elettrica ritenuti non più recuperabili. Anche altri gruppi occidentali hanno registrato pesanti perdite nei programmi elettrici, portando il conto complessivo del settore a oltre 60 miliardi di dollari, con il rischio che possa superare i cento miliardi.
La nuova strategia europea non cambia però la logica di fondo: l’obiettivo di ridurre le emissioni per le auto resta molto alto e continua a favorire soprattutto i veicoli elettrici, invece le tecnologie ibride potranno contribuire solo in parte al raggiungimento dei target, per cui restano in piedi i problemi già emersi negli ultimi anni, cioè costi alti delle auto elettriche, infrastrutture insufficienti, scarsa domanda dei consumatori e dipendenza tecnologica dall’Asia, soprattutto per le batterie.
Nel tentativo di sostenere la transizione, la Commissione Ue ha previsto sussidi per la produzione di batterie e nuovi obblighi per le grandi aziende, che dovranno acquistare quote minime di veicoli a zero emissioni per le proprie flotte, ma per Adani è un “dirigismo” che rischia di colpire ancora una volta la competitività delle imprese europee. Una possibile alternativa sarebbe invece aprire maggiormente ai biocarburanti, valorizzando la produzione agricola europea e riducendo la dipendenza energetica.
