Xi Jinping, Presidente della Cina (Ansa)
In una riflessione pubblicata su ilSussidiario.net Andrea Pomella ha ragionato sulle mosse della Cina – e, soprattutto, del suo leader Xi Jinping – davanti alle crescenti tensioni scaturite dall’azione statunitense in Venezuela e dalla rivolta popolare in Iran per la quale Trump aveva ipotizzato (prima, apparentemente, di desistere) un intervento militare: in entrambi i casi per la Cina c’è in gioco parecchio, ma con una mossa sorprendente, Xi Jinping ha optato per una via prudente che sconfessa il rischio di un conflitto su larga scala.
Sia dal Venezuela che dall’Iran, infatti, la Cina ricava una buonissima parte del petrolio che quotidianamente impiega per le sue attività economiche, industriali e civili, con il rischio che una chiusura dei rubinetti da parte di Trump (o di chi per lui in ipotetici governi fantoccio decisi dagli USA) inneschi una crisi latente già in corso nel territorio cinese: l’ipotesi iniziale era che Pechino avrebbe presto minacciato interventi militari a difesa dei due paesi; ma Xi Jinping si è limitato a condannare l’accaduto, chiedendo il rispetto dei “principi del diritto internazionale”.
Una strategia che – secondo l’analisi di Pomella – guarda soprattutto allo storico obiettivo della Cina di conquistare l’isola indipendente di Taiwan: proprio per difendere il diritto internazionale, infatti, Pechino potrebbe presto avviare un’ampia missione navale attorno all’isola – utile soprattutto per bloccare quegli 11 miliardi di armi comprate a Washington da Taipei -; difendendo quello che (di fatto) ritiene essere un territorio a tutti gli effetti cinese dalle ingerenze estere.
