Venezuela (Foto 2026 EPA/Adan Gonz)
Un’azione militare altamente mirata, ma inserita in un quadro politico ben più ampio, quella degli Stati Uniti in Venezuela, culminata con l’arresto di Nicolás Maduro. L’operazione appare il punto di arrivo di una lunga fase negoziale con un leader ormai indebolito, la cui cattura produce un forte impatto mediatico, ma solleva anche interrogativi rilevanti. Da tempo Maduro incarna un potere svuotato, eroso parallelamente al collasso economico e sociale di un Paese ricchissimo di risorse ma precipitato in una crisi sistemica senza precedenti.
Col passare degli anni, il controllo reale dello Stato è scivolato dalle mani del successore designato di Chávez a quelle di strutture criminali legate al narcotraffico, vero ago della bilancia in America Latina. Non sorprende, dunque, che figure chiave di questo sistema continuino a muoversi liberamente, invitando alla calma una popolazione stremata. In questo contesto, l’arresto dell’ex presidente assume i contorni di un accordo tacito: Maduro sembrerebbe aver riposto più fiducia negli Stati Uniti che nel proprio entourage.
Ora l’attenzione si sposta sugli equilibri interni: capire se altri esponenti del regime manterranno il potere o se negozieranno a loro volta con Washington sarà decisivo, perché la cattura di Maduro non basta a chiudere definitivamente una stagione politica tanto drammatica.
