Acciaio prodotto dall'Ilva fermo in banchina a Taranto (Ansa)
Il futuro dell’ex Ilva di Taranto torna al centro del dibattito industriale italiano dopo la manifestazione di interesse presentata dal gruppo siderurgico indiano Jindal. La notizia, annunciata dal ministro delle Imprese Adolfo Urso in Parlamento, riapre uno scenario che potrebbe segnare una svolta per uno degli stabilimenti più discussi e strategici d’Europa. Ma per Giuseppe Sabella di Oikonova, la partita non riguarda solo il destino di Taranto, bensì tutto il futuro della siderurgia europea.
Ne parla in un’analisi pubblicata su IlSussidiario.net, spiegando che Jindal non è un fondo finanziario ma uno dei grandi gruppi industriali mondiali dell’acciaio, già in passato interessato agli impianti italiani. Secondo quanto riferito dal governo, l’azienda avrebbe presentato un piano industriale ambizioso che punta a decarbonizzare il sito di Taranto, un aspetto cruciale se si tiene conto delle pressioni ambientali e normative che negli ultimi anni hanno caratterizzato l’ex Ilva.
Ma trovare un nuovo acquirente non basta a risolvere un problema accumulato in anni di crisi industriali, contenziosi giudiziari e tensioni sociali per Sabella: rimettere in moto un impianto di queste dimensioni richiede investimenti massicci, certezze dal punto di vista normativo e condizioni economiche sostenibili.
Il nodo riguarda anche il contesto europeo, perché la siderurgia del continente è sempre più sotto pressione a causa dei costi energetici elevati, dei vincoli ambientali e della concorrenza asiatica, con la Cina dominante nella produzione mondiale di acciaio, per cui Taranto diventa un banco di prova per capire se l’Europa vuole difendere la sua industria pesante o accettare di essere sempre più dipendente dalle produzioni esterne.
