Stretto di Hormuz (Foto: Ansa)
La crisi nello Stretto di Hormuz rischia di causare conseguenze economiche molto più profonde dell’aumento dei prezzi di petrolio e gas: Paolo Annoni su IlSussidiario.net spiega che la possibile chiusura della principale rotta energetica mondiale potrebbe colpire un sistema industriale molto più ampio, legato alle materie prime e ai prodotti chimici provenienti dai Paesi del Golfo.
Hormuz è uno dei passaggi strategici del commercio globale: da qui transita circa il 20% della domanda mondiale di petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto, numeri che già da soli spiegano perché i mercati temono un’escalation del conflitto iraniano. Ma l’economista evidenzia la dipendenza non riguarda soltanto l’energia: dal Golfo proviene anche il 40% dei fertilizzanti mondiali, oltre a una quota significativa delle materie prime usate per la produzione di plastica, carburanti raffinati e polimeri industriali.
In caso di blocco prolungato dello stretto, verrebbero meno alcune forniture importanti per l’economia mondiale, un rischio che potrebbe spingere gli Stati a decidere di trattenere le risorse disponibili o a rafforzare la produzione interna, anche se meno efficiente o più costosa.
Si avrebbe un cambiamento strutturale: le catene mondiali di approvvigionamento diventerebbero più fragili e l’obiettivo non sarebbe più acquistare materie prime al prezzo migliore, ma garantirne la disponibilità a ogni costo. Un rischio che, secondo Annoni, l’Europa deve scongiurare con politiche industriali ed energetiche più pragmatiche, capaci di assicurare sicurezza delle forniture in un contesto internazionale sempre più instabile.
