Guerra in Iran (Ansa)
Nonostante Trump abbia già proclamato la sua vittoria nella guerra in Iran, la situazione in Medio Oriente è tutt’altro che tranquilla e il regime di Teheran non sembra aver indietreggiato neppure di un passo dopo 13 giorni sono i colpi dei missili statunitensi e israeliani: non è una caso, infatti, che proprio dopo la proclamata vittoria di Trump (nella sua solita chiave elettorale, tutt’altro che corrispondente alla verità) i Pasdaran abbiano aumentato leggermente il livello delle loro rappresaglie, bombardando lo stretto di Hormuz.
Proprio dagli USA, peraltro, in queste ore sono emerse le voci di alcuni funzionari governativi che hanno spiegato a Reuters le quattro (o cinque, contando anche la distruzione dello stato islamico) possibili strategie per uscire dalla guerra in Iran senza trasformarla in un Vietnam 2.0: la prima – ormai divenuta improbabile con l’elezione della nuova Guida Suprema – sarebbe quella di un regime change sul modello venezuelano; potenzialmente – ed è la seconda ipotesi – anche fomentando la rivolta delle piazze.
Più probabile (ma con effetti potenzialmente nulli, esattamente come durante la guerra in Iran dei 12 giorni) l’ipotesi di blitz mirati contro le infrastrutture nucleari di Teheran, oppure – infine – una riduzione delle ostilità belliche per tornare ai tavoli delle trattative: quattro ipotesi che, però, difficilmente troveranno l’accordo di Israele, reale promotore di questo conflitto con l’unico obiettivo di distruggere l’unico paese del Golfo che potrebbe dare un paio di grattacapi a Tel Aviv.
