Lavoro (Foto da Pixabay)
L’impatto del conflitto ucraino sull’export italiano si traduce in perdite complessive stimate in oltre 57 miliardi di euro secondo l’analisi su IlSussidiario.net di Enrico Quintavalle, responsabile dell’Ufficio studi di Confartigianato Imprese e direttore scientifico degli Osservatori in rete del sistema Confartigianato. Il conflitto ha intaccato le dinamiche commerciali nei mercati tradizionali dell’Italia, spingendo molte imprese a rivedere le forniture e ad affrontare difficoltà logistiche, crescita dei prezzi e incertezze nelle relazioni economiche con partner esteri. Le variazioni di scambi commerciali non si limitano al commercio diretto con l’Ucraina: le ripercussioni si estendono a tutta l’Europa e a quelle rotte economiche che ruotano attorno alla stabilità macroeconomica complessiva.
Il crollo delle esportazioni italiane è dovuto a più fattori strutturali e congiunturali: in primis, l’instabilità nei flussi commerciali e i tentativi di diversificazione delle forniture energetiche e di materie prime (effetto indiretto del conflitto) hanno causato costi più alti per le aziende italiane esportatrici; in secondo luogo, la contrazione della richiesta in determinati mercati esteri, soprattutto in quelli fortemente interconnessi con le economie dell’Est Europa e dell’ex Unione Sovietica, ha provocato un crollo di commesse e contratti commerciali. Il combinato disposto ha inciso sulla competitività delle imprese italiane.
Il conflitto ha minato anche gli scenari di crescita di molte imprese, costringendo alcune a ridurre investimenti esteri, rimandare piani di internazionalizzazione o cercare mercati alternativi, ma Quintavalle osserva anche che questa perdita di esportazioni, seppur importante, non è solo una “storia negativa”. Infatti, molte imprese hanno deciso di puntare su innovazione, a diversificare prodotti e mercati, rafforzando collaborazioni con Paesi extra-UE e investendo nella nuova frontiera dei corridoi economici globali.
Tutto ciò non è dipeso solo dalla guerra in sé, ma anche da condizioni strutturali preesistenti nella nostra economia, come limitata presenza internazionale delle PMI, dipendenza energetica e difficoltà di penetrazione in mercati di lungo raggio.
