Il terminal petrolifero iraniano sull'isola di Kharg (Ansa)
Con la guerra in Iran che sembra – almeno lateralmente – essere arrivata a una conclusione, in alcuni ambienti si inizia a pensare che sia conclusa anche la crisi del petrolio e dell’energia, ma secondo Maurizio Masi – docente di chimica fisica applicata al PoliMi, intervenuto sulle pagine de ilSussidiario.net – la realtà è ben diversa perché ripristinare la capacità produttiva del Golfo richiederà parecchi anni, senza contare che il capitolo Hormuz resta completamente aperto e potrebbe cambiare – a seconda delle trattative – il modo in cui acquistiamo e importiamo le materie energetiche.
Per ripristinare gli impianti di lavorazione del petrolio del Golfo – spiega Masi – ci vorranno “investimenti e tempo”, con il caso esemplificativo di Asaluyeh (che raffina “circa il 50% del greggio iraniano”) per il quale si stiamo “dai 3 ai 5 mld di dollari” e – soprattutto – “tra 18 mesi e due anni” di lavori; sempre che, naturalmente, non siano imposti “embarghi” all’importazione di tecnologie verso l’Iran, altrimenti entrambi gli indicatori aumenterebbero “almeno del 50%”.
Chiaro è che, per un paese come l’Italia, l’unica soluzione reale è quella di raggiungere “l’indipendenza” energetica dagli altri paesi, unico fattore – secondo Masi – che può garantirci una vera “libertà”: in tal senso, il docente ritiene quasi utopico pensare di fare affidamento solamente “sulle rinnovabili”, soprattutto in assenza di nucleare; ma, fermo restando che “il futuro è ancora del petrolio”, l’unica soluzione sarebbe “mettere in esercizio [i] grandi giacimenti offshore”.
