Alcuni importanti attori regionali – dall’Egitto alla Turchia passando per le autocrazie del Golfo – avrebbero convinto Donald Trump a desistere dall’intervento militare in Iran, andando oltre la semplice questione del petrolio. Secondo Giorgio Laici, questi Paesi temono che un attacco armato Usa possa avere effetti collaterali incontrollabili sull’equilibrio mediorientale, con impatti negativi sulla stabilità interna, sulla sicurezza regionale e sulla cooperazione economica.
Se in Occidente spesso si tende a pensare che le decisioni politiche siano influenzate dall’opinione pubblica e dai valori democratici, nei Paesi mediorientali le scelte sono guidate invece da interessi geopolitici e di stabilità interna della comunità , così Egitto, Turchia e le autocrazie del Golfo – pur avendo posizioni e rapporti diversi con Teheran – avrebbero agito insieme per dissuadere Trump da un attacco, ritenendo che i rischi potenziali superino qualsiasi beneficio immediato.
Per Laici dietro queste pressioni non c’è solo l’interesse per gli idrocarburi o per i flussi commerciali: il timore di un’escalation che coinvolga altri attori regionali, l’aumento della violenza e la destabilizzazione delle rotte energetiche sono considerati driver decisivi. La politica internazionale è caratterizzata da calcoli strategici più che da idealismi, infatti questi Paesi avrebbero spinto per trovare alternative all’uso della forza, preferendo canali diplomatici o soluzioni meno rischiose per evitare un conflitto a tutto campo.
