Protesta anti-Trump in Iran (Ansa)
Intervenuto sulle pagine de ilSussidiario.net, l’analista esperto di Medio Oriente Sherif El Sebaie ha ragionato sull’attuale guerra in Iran, mettendo in fila le difficoltà che – probabilmente – né Israele né gli USA hanno debitamente valutato prima di avviare il conflitto, tanto che Trump conta di chiudere la partita entro quattro settimane, ma già da un paio di giorni sta insistendo sull’ipotesi di un intervento terrestre che potrebbe riscrivere il conflitto e causarne un prolungamento: un copione – ricorda El Sabaie – che si è già visto anche nella guerra lampo che Putin contava di condurre in Ucraina, ancora perdurante dopo più di quattro lunghissimi anni.
El Sabaie, comunque, si dice certo – assieme a moltissimi altri analisti – che “per rovesciare il regime i bombardamenti non bastano” ed è proprio da questa certezza che nasce l’ipotesi di spingere i Paesi del Golfo o “i curdi” a intervenire militarmente con i loro soldati di terra; fermo restando, però, che i curdi da soli non potrebbero cambiare le sorti della guerra, non senza “l’appoggio massiccio da parte degli Stati Uniti”, e al più potrebbero essere utili per “accelerare la caduta del regime”.
Dal canto suo l’Iran – spiega ancora l’analista – vuole “trascinare la guerra il più a lungo possibile”, magari rendendola internazionale in modo da provocare “un impatto talmente forte dal punto di vista geopolitico ed economico” che costringerà gli USA a ritirarsi; senza contare anche l’ulteriore complessità legata ai “Guardiani della Rivoluzione” che non accetteranno nessuna ipotesi in cui la Guida Suprema venga scelta dallo stesso Trump, optando – esattamente come in Venezuela – per una figura a cui può facilmente “imporre le sue condizioni”.
