Ali Khamenei, Supremo Ayatollah dell’Iran (ANSA-EPA 2026)
Le tensioni tra Usa e Iran tra minacce militari, spiragli diplomatici e calcoli strategici sono al centro dell’analisi di Ugo Tramballi, che nell’intervista resa a IlSussidiario.net spiega perché un’azione militare comporterebbe costi enormi e benefici molto incerti, tanto sul piano umano quanto su quello politico e geopolitico. Il giornalista sottolinea che Trump non sembra aver escluso del tutto la possibilità di trattare con Teheran, soprattutto sul tema del programma nucleare, ma bisogna capire con chi negoziare e come conciliare le pressioni esterne con gli interessi di potenze regionali.
Invece, la recente designazione dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) come organizzazione terroristica da parte dell’Unione Europea è per Tramballi una mossa simbolica e tardiva, poco efficace nel mutare gli equilibri reali delle relazioni con Teheran. Comunque, un scontro militare rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente, generando reazioni a catena tra alleati e avversari, con effetti imprevedibili sulle economie regionali e la sicurezza mondiale, ma soprattutto l’operazione militare potrebbe alimentare un’escalation incontrollabile, a partire dalle risposte dall’Iran o dai suoi alleati nei Paesi vicini.
Per questi motivi, l’esperto suggerisce l’opzione più sensata dal punto di vista strategico: riaprire o intensificare i negoziati tra Washington e Teheran, puntando su un accordo sul nucleare che riduca le tensioni e offra una via d’uscita. L’idea di un negoziato non è nuova: in passato Trump aveva più volte proposto colloqui sul programma nucleare iraniano, con l’obiettivo di limitare l’arricchimento dell’uranio in cambio di revoca delle sanzioni, senza però arrivare all’accordo.
