Trump davanti al Congresso USA (Ansa)
La guerra in Iran rischia di trasformarsi in un errore strategico per gli Usa, con conseguenze geopolitiche che potrebbero favorire i suoi rivali: a lanciare l’allarme è Leonardo Tirabassi che nell’analisi pubblicata su IlSussidiario.net parte dalle divergenze di interessi con Israele. Per Tel Aviv l’Iran rappresenta una minaccia esistenziale e quindi la guerra è percepita come necessaria, ma per Washington è una “guerra di scelta”, legata alla difesa dell’alleato e alla stabilità della regione.
Da questa differenza derivano strategie diverse: gli statunitensi avrebbero interesse a un conflitto rapido e limitato, invece Israele potrebbe trarre vantaggio da un’escalation che costringa l’alleato americano a restare coinvolto più a lungo, infatti i bombardamenti iniziali miravano a provocare il collasso del regime iraniano, eliminando la leadership e innescando una rivolta interna, ma l’operazione non ha prodotto i risultati sperati.
L’Iran, infatti, è un Paese molto più grande e complesso rispetto ad altri scenari di guerra recenti: con circa 90 milioni di abitanti, un territorio montuoso e una struttura militare organizzata anche a livello regionale, dispone di una capacità di resistenza significativa, e il sistema di potere legato ai Pasdaran e agli ayatollah conserva ancora una base di consenso interno.
Il rischio è che il conflitto sia prolungato, si trasformi in un “pantano” militare già sperimentato dagli americani in Vietnam, Iraq e Afghanistan. Paradossalmente, conclude Tirabassi, la guerra potrebbe rafforzare proprio alcuni avversari: dalla Russia, che beneficerebbe dell’aumento del prezzo del petrolio e del ridimensionamento del sostegno militare occidentale all’Ucraina, alla Cina che potrebbe consolidare la sua posizione economica e strategica nello scenario internazionale.
