Protesta anti-Trump in Iran (Ansa)
Doveva essere chiusa in poche ore, poi in pochi giorni e alla fine in poche settimane, ma sono già 23 giorni che la guerra in Iran imperversa tra bombardamenti più o meno mirati da entrambe le parti e anche se Trump assicura che il raggiungimento degli obiettivi è stato completato al 90%, la realtà che è emersa nelle ultime ore sembra essere ben diversa e apre a una possibile – ulteriore – escalation, tra marines che stanno raggiungendo il Golfo e ayatollah che non hanno intenzione di indietreggiare.
Secondo una riflessione di Filippo Landi – pubblicata sulle pagine de ilSussidiario.net -, infatti, gli ultimatum incrociati di Trump e Pezeshkian (o Pasdaran, che dir si voglia) non sono sicuramente la prima pagina di una trattativa pacifica: se l’Iran non apre Hormuz, il tycoon promette di distruggere le sue infrastrutture energetiche e se questo dovesse accadere – spiegano da Teheran -, le conseguenze per l’intero Golfo sarebbero devastanti.
Nel frattempo, però, secondo alcune voci, Trump avrebbe effettivamente aperto all’idea di una trattativa con l’Iran, mettendo nuovamente sul piatto i soliti nomi ben noti che – fino a questo momento – non sono riusciti a mediare né a Gaza, né in Ucraina, ovvero Kushner e Witkoff: se fino a quattro settimane fa, però, gli USA partivano da un leggero vantaggio, dopo un conflitto che non sta producendo alcun risultato è facile immagine che Teheran aggiungerà una pesantissima richiesta, ovvero la chiusura delle basi USA nel Golfo.
