Proteste contro il regime di Khamenei in Iran (ANSA-EPA 2026)
La rivolta popolare in Iran sembra segnare una sempre più imminente fine per il regime degli ayatollah, messo a dura prova dagli ultimi anni di tensioni mediorientali e che ha subito il colpo “finale” dopo il crollo della moneta locale che ha portato – prima – i commercianti in piazza e – poi – anche l’intero popolo: una situazione che l’esponente del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (o CNRI) Kamran Dalir definisce una vera e propria “battaglia finale” che porterà alla libertà democratica in Iran.
Guardando all’estero, secondo Dalir qualsiasi tentativo di mediazione che si può fare con il regime dell’Iran è attualmente “indifendibile” per via della violenta repressione operata dagli ayatollah, oltre che “strategicamente inutile“: la parola – a suo avviso – attualmente spetta solamente al “popolo iraniano” chiamato a scegliere il suo destino; mentre l’unica forza che potrebbe sostituirsi politicamente all’attuale regime è quella rappresentata dalla “resistenza [di] CNRI e MEK“, dato che il figlio dello scià Reza Pahlavi altro non è che un’alternativa “sicura” e “falsa” indicata dallo stesso regime e sostenuta dall’estero.
Il CNRI, infatti, attualmente rappresenta “un’alternativa organizzata e democratica” che da oltre quattro decenni combatte per le libertà in Iran e che guiderà il popolo – conclude Dalir – verso una “repubblica pluralista e laica” con una netta distinzione tra “religione e Stato”, con un “parlamento eletto” e una “piena tutela della libertà”; il tutto cercando anche di intrattenere rapporti pacifici con tutti gli attori internazionali che ponga fine all’era del “terrorismo” in Iran.
