Migranti in partenza dalla Francia attraverso la Manica (Ansa)
In un contesto di forti (seppur in misura nettamente minore rispetto a un passato neppure troppo lontano) pressioni migratorie, il Regno Unito sotto la guida laburista di Keir Starmer ha smentito in modo chiaro e preciso tutte le critiche sulla remigrazione, sfruttando una leva diplomatica che ha immediatamente dato i suoi frutti: secondo alcuni critici, infatti, la remigrazione sarebbe un processo disumano, lontano dal diritto umanitario e da quello internazione; oltre che del tutto impossibile da applicare.
La realtà, però, è diversa e a dimostrarlo ci ha pensato – appunto – il Regno Unito: la strategia messa in campo per la remigrazione è stata tanto semplice, quanto efficace, con la ministra degli Interni Shabana Mahmood che ha usato la Repubblica Democratica del Congo come esempio per tutti i paesi africani, revocando – a fronte della resistenza congolese nel riaccogliere i propri migranti esplulsi dal suolo britannico – i visti concessi a ministri e diplomatici e minacciando l’interruzione di quelli ordinari per viaggiatori e turisti.
La reazione del Congo è stata immediata, con una rapida riapertura dei sistemi di accoglienza dei suoi stessi migranti; mentre a dimostrare il (potenziale) successo delle pratiche di remigrazione ci hanno pensato anche i vicini Angola e Namibia che hanno seguito l’esempio congolose senza neppure il bisogno che il governo britannico si spingesse oltre alle minacce di revoce dei visti per gli ambasciatori.
