Meredith Kercher (web)
A quasi 20 anni di distanza dal caso giudiziario in cui fu – suo malgrado – coinvolto, uscendo dal processo con l’etichetta di “colpevole”, Patrick Lumumba è tornato a raccontare tutto quello che ricorda di uno dei casi più discussi della recente cronaca italiana, ovvero quello dell’omicidio di Meredith Kercher a Perugia: i fatti – come certamente moltissimi ricorderanno – risalgono al 2007, quando la studentessa inglese fu brutalmente assassinata all’interno dell’abitazione che condivideva con l’amica Amanda Knox.
Proprio Lumumba fu il primissimo soggetto sul quale gli inquirenti posarono la loro lente per via di una testimonianza resa dalla stessa Knox che lo collocò sulla scena del delitto di Meredith Kercher: per l’accusa che si è poi rivelata falsa, il congolese passò 14 giorni in carcere e oggi – intervistato dal podcast “Come il crimine” – racconta che ricevette un “risarcimento troppo basso”, pari ad appena 8mila euro che non servirono neppure lontanamente per ripagare la dilapidazione “del mio patrimonio”, la perdita del locale che gestiva e – soprattutto – “i danni morali”.
Al di là di questo, però, Lumumba ci tiene anche a spiegare di essere stato vittima di una strategia della stessa Knox che, per il delitto di Meredith Kercher, “voleva salvarsi e ha mandato avanti me perché era più facile”, lanciando anche l’ipotesi che la studentessa statunitense potrebbe essere quel soggetto – mai identificato – che agì in concorso con Rudy Guede: il congolese, infatti, ricorda che “nella sua versione [aggiunse] elementi che non poteva sapere”, come i famosi “reperti africani” che vennero resi noti pubblicamente solo più tardi.
