Dollaro (Foto da Pixabay)
In un’analisi pubblicata sulle pagine de ilSussidiario.net, il professor Luigi Campiglio – docente di Politica economica all’Università Cattolica di Milano – ha ragionato sull’andamento dell’economia statunitense alla luce dei segnali (piuttosto chiari) che emergono dalle borse di tutto il mondo: l’oro, infatti, ha raggiunto il record assoluto di 5mila 600 dollari all’oncia e il dollaro – nel frattempo – sembra essere al centro di una crisi; entrambi fattori ritenuto da Campiglio un perfetto esempio della crescente sfiducia degli investitori per il mercato USA.
Il contesto – spiega Campiglio – d’altronde non è particolarmente positivo neppure dal punto di vista generale, con “l’inflazione” che resta sopra alle attese, rischiando di trascinare con sé anche “i tassi di interesse e il disavanzo pubblico”: in questo contesto, è scorretta l’idea che il dollaro debole sia un vantaggio per le esportazioni perché, per quanto si tratti di un punto di vista corretto, porta con sé anche una serie di “conseguenze negative” che potrebbero vanificare quell’unico vantaggio.
Con un dollaro debole e in continua svalutazione, poi, a fronte di un eventuale taglio dei tassi d’interesse – fortemente voluto da Trump, ma ritardato dalla FED – negli USA rischia di crescere ulteriormente “l’inflazione”, innescando una serie di reazioni a catena: infatti, secondo Campiglio in questo caso l’economia reale “rallenterebbe” ulteriormente, facendo aumentare “il disavanzo” e – soprattutto – il “debito (..) in rapporto al PIL”.
