Spoglio delle schede del Referendum (Ansa)
Il referendum giustizia, indetto per sapere il parere del popolo sulla riforma costituzionale approvata dal Parlamento, è diventato – com’era facile immaginare – terreno di scontro tra il Governo e una certa fetta delle opposizioni, qui raccolte attorno al fronte del “no” alla modifica della Costituzione che dovrebbe – nell’idea dei promotori della riforma – cambiare completamente il volto del sistema giustizia in Italia.
Da un lato, infatti, il Governo spinge affinché vengano rispettate per il referendum le date sancite dalla legge 352 del 1970: nel testo, infatti, si parla di un massimo di 70 giorni dall’emanazione del decreto di indizione, a sua volta distanziato di almeno 60 giorni dall’ordinanza referendaria da parte della Cassazione, facendo ricadere la consultazione tra l’8 e il 28 marzo di quest’anno.
Dall’altro lato, invece, il comitato per il “no” al referendum vuole che il calcolo di quel doppio limite (60 e 70 giorni dai due decreti) parta solamente dal prossimo 30 gennaio, ultimo giorno utile per raccogliere le 500mila firme necessarie per proporre ulteriori richieste referendarie: una richiesta mossa dall’esigenza di organizzare un’ampia e diffusa campagna per convinvere gli elettori a votare “no”, rischiando di delegittimare il referendum con polemiche sterili e strumentali.
