Ospedale (Foto: Pixabay)
L’Italia rischia di trovarsi senza chirurghi generali in molte aree del Paese entro i prossimi cinque anni: questo è l’allarme lanciato da Ludovico Docimo – presidente della Società Italiana di Chirurgia – durante il 128esimo Congresso nazionale a Roma, puntando soprattutto il dito contro la crisi vocazionale diventata strutturale, tanto che, nonostante un lieve recupero, quasi un terzo delle borse di specializzazione resta scoperto, con situazioni critiche negli atenei di L’Aquila, Udine e Genova.
A complicare il quadro si aggiunge il progressivo invecchiamento del personale medico: oltre la metà degli attuali chirurghi operativi negli ospedali, infatti, ha superato i sessant’anni ed entro il 2030 sono previsti circa 2.800 pensionamenti a fronte di soli 1.300 nuovi specialisti pronti a subentrare; con un profondo divario che rischia di mettere a repentaglio un intervento su dieci tra i 650mila eseguiti ogni anno, con un inevitabile allungamento delle liste d’attesa e un forte disagio nell’accesso alle cure, specialmente nelle regioni del Mezzogiorno.
Turni di lavoro usuranti, retribuzioni inadeguate rispetto agli standard europei, il continuo aumento dei contenziosi medico-legali e l’assenza di uno scudo penale scoraggiano i giovani dal diventare chirurghi: a dimostrarlo – spiega ancora Docimo – c’è soprattutto un settore privato che non sembra soffrire di carenze; mentre, per arginare l’emergenza, il governo ha previsto uno stanziamento annuale di 120 milioni di euro per le specialità meno attrattive, affiancato da interventi di tutela legale attualmente al vaglio del Parlamento.
