Il ministero dell'Istruzione e del Merito (Ansa)
C’è un’antinomia nella scuola: nonostante la figura del preside debba incarnare una leadership educativa per guidare la qualità formativa, nei nostri istituti questa funzione è ridotta. La dirigente scolastica Maria Paola Iaquinta sulle colonne de IlSussidiario.net segnala che la legge sull’autonomia scolastica prevede quattro aree di autonomia (organizzativa, didattica, amministrativa e finanziaria), ma nei fatti solo due di queste riconoscono poteri reali ai presidi, invece le altre due restano subordinate e limitate, impedendo ai capi d’istituto di esercitare pienamente competenze gestionali e decisionali coerenti con una guida pedagogica.
Secondo Iaquinta, ciò riduce la capacità dei dirigenti di interpretare l’incarico non solo burocratico ma educativo, che dovrebbe centrarsi sul coordinamento delle comunità scolastiche, sui miglioramenti didattici e sulla cooperazione con insegnanti, famiglie e stakeholder locali. Come evidenziato da studi sociologici sul lavoro quotidiano dei presidi, questi ultimi sono occupati in compiti amministrativi, burocratici e organizzativi, con scarsa possibilità di dedicarsi ad azioni pedagogiche e di sviluppo culturale dell’istituzione scolastica.
Per cui, per l’attuazione dell’autonomia scolastica non serve solo una delega normativa, ma anche una ridefinizione di risorse, tempi e responsabilità all’interno della scuola: puntare sulla formazione professionale dei dirigenti, potenziare le autonomie non solo formali ma sostanziali e creare spazi reali di decisione didattica e organizzativa, affinché i presidi possano davvero guidare la comunità scolastica nel suo insieme.
