Stretto di Hormuz (Foto: Ansa)
La crisi dello Stretto di Hormuz e la rottura tra Usa ed Europa stanno aprendo scenari economici e geopolitici più complessi di quanto i mercati sembrino scontare, infatti Paolo Annoni, nell’analisi pubblicata su IlSussidiario.net, sottolinea come gli investitori stiano probabilmente sottovalutando i rischi reali legati a un blocco prolungato della principale rotta energetica mondiale.
Nonostante la guerra e le tensioni nel Golfo, le borse hanno reagito con relativa calma: i mercati sembrano puntare su una riapertura rapida o almeno parziale dello stretto, ma questa lettura potrebbe rivelarsi fuorviante. Se Hormuz non dovesse tornare ai livelli pre-conflitto, l’impatto sull’energia e sull’industria globale sarebbe molto più grave, potenzialmente superiore alle crisi degli anni ’70 e a quella di quattro anni fa. Nel frattempo, si è consumata una frattura politica significativa: i Paesi europei hanno rifiutato di seguire la linea del presidente Usa Donald Trump sull’intervento militare per riaprire lo stretto, segno di una crescente diffidenza nei confronti di Washington.
Il vero nodo riguarda, però, le conseguenze di medio periodo: per Annoni, un Hormuz parzialmente chiuso o gestito in modo selettivo costringerebbe l’Europa a una maggiore dipendenza dagli Usa, non solo per il gas ma anche per prodotti chimici e fertilizzanti. Il problema non sarebbe solo economico ma anche politico: affidarsi a catene di approvvigionamento lunghe e concentrate aumenterebbe la vulnerabilità europea alle decisioni americane, per cui il rischio, secondo Annoni, è che l’Europa stia leggendo la crisi con strumenti del passato, invece il nuovo equilibrio energetico e geopolitico sarà strutturalmente diverso. E i mercati, oggi, potrebbero non riflettere ancora questa trasformazione.
