Università (Ansa)
In un paese in cui non sempre è facile conciliare il lavoro con l’istruzione, risultano incomprensibili i continui ritardi nell’adozione (ma, in realtà, anche nella discussione politica) sul decreto che porta la firma della ministra Bernini e che dovrebbe dare un respiro fondamentale alle università telematiche, regolando e legalizzando il sistema degli esami online: una misura apparentemente semplice, ma che farebbe la differenza per migliaia di potenziali laureati, scoraggiati dalle difficoltà di abbandonare la propria vita anche solo per qualche ora per recarsi in una città diversa e sostenere un esame in presenza.
Ritardi – nota Max Ferrario – che pesano sia sulle università telematiche in quanto istituzioni, sia (e forse soprattutto) sugli studenti, minando nelle fondamenta quel diritto allo studio che è spesso considerato – pur solo a parole – una conquista fondamentale della nostra Repubblica: per capirlo basta dare un’occhiata ai numeri, perché da una serie di sondaggi emerge che senza una didattica telematica avremmo il 45,1% di laureati in meno e chissà quanti hanno rinunciato proprio per l’obbligo di svolgere gli esami in presenza (il 51,2% degli iscritti “digitali” vive al Sud, ma la maggior parte degli atenei hanno la sede legale nel Nord).
D’altra parte, non sembra reggere neppure la scusa che con gli esami online sarebbe più semplice copiare, invalidando (pur parzialmente) la qualità della didattica delle università telematiche: dall’altra parte dell’Oceano, infatti, colossi super competitivi come JP Morgan o Goldman Sachs svolgono i primi test per le selezioni dei dipendenti in modo completamente digitale e lo stesso avviene per la prestigiosa Business School INSEAD; dimostrando chiaramente che le modalità di controllo esistono, ma forse lo stesso non si può dire per la volontà di applicarle.
