Il presidente USA Donald Trump (Ansa)
In un contesto geopolitico (e industriale, oltre che economico) già complesso, Donald Trump torna a muovere la minaccia di innescare una guerra commerciale con alcuni paesi dell’Unione Europea, ponendo l’accento della sua minaccia su una serie di dazi contro i paesi che non collaborano per realizzare il suo progetto – e sogno – di mettere le mani sulla Groenlandia: una minaccia che ancora una volta mette in chiaro i troppi errori dell’Unione sulla gestione dell’energia; nuovamente minacciata dalla scure degli aumenti.
La minaccia dei dazi – spiega Paolo Annoni in una riflessione su ilSussidiario.net -, di per sé, è già portatrice di tensioni all’interno del Vecchio continente, abbattendosi in particolare sui paesi (come l’Italia) che dipendono in larga parte delle esportazioni verso gli Stati Uniti; ma, come se non bastasse, il periodo storico non è dei migliori perché una nuova ondata di freddo sta facendo già schizzare alle stelle i prezzi del gas – del quale gli USA sono i principali esportatori in Europa – e nel frattempo l’enorme richiesta energetica dei data center sta facendo aumentare anche il costo dell’energia elettrica.
È proprio in questo singolare contesto che la minaccia dei dazi dovrebbe diventare un insegnamento per Bruxelles: tagliare i ponti con gli altri paesi – che siano gli USA, oppure anche la Russia e la Cina, pur con ragioni leggermente diverse tra loro – è più uno svantaggio che un vantaggio, specialmente se ci si espone – senza interventi strutturali – ai ricatti altrui; mentre alle minacce si può rispondere solamente nel momento in cui si può mettere sul piatto una propria autonomia.
