Studentesse fuori da scuola (Ansa)
I recenti casi di violenza a scuola tra La Spezia – con l’accoltellamento ai danni di un 18enne, tragicamente morto in ospedale qualche ora più tardi – e Sora – con un episodio identico, ma che si è risolto “solamente” con una ferita grave per la vittima – dimostrano che qualcosa nella nostra società si è rotto, forse irrimediabilmente: secondo il sociologo Salvatore Abbruzzese – che ne ha riflettuto sulle pagine de ilSussidiario.net -, infatti, se prima la scuola era una sorta di tempio ammirato e rispettato dalla società; oggi è diventato solamente un’estensione di quest’ultima, svilita nelle sue funzioni e resa un semplice veicolo di competenze.
Proprio quelle ferite – talvolta letali, ma gravissime anche quando sono “semplicemente” offese o atti di bullismo – inflitte all’interno della scuola, secondo Abbruzzese dovrebbero essere considerate ferite all’intera collettività, interrogandola sul momento in cui ha sbagliato e – soprattutto – chiamandola a svolgere un’azione concreta per correggere la rotta: un’azione che va ben oltre ai semplici metal detector agli ingressi ipotizzati dal ministro Valditara e che restituisca alla scuola il suo ruolo di formatore.
Certo è – precisa Abbruzzese – che controlli più efficaci nei contesti di conclamata criminalità sono quanto mai necessari, ma nel frattempo non dovrebbe mance neppure una decisiva opera di ricostruzione della scuola come istituzione, restituendole il suo fondamentale valore per legittimare la sua missione: ovvero quella di garantire a tutti un pari diritto allo studio, rispettando la loro umana volontà di conoscere e – al contempo – l’altrettanto umana volontà di insegnare dei docenti.
