FBI contro Jeffrey Epstein: il procuratore generale Geoffrey Berman (ANSA-EPA 2020)
Proseguono gli scandali legati alla divulgazione (ormai, quasi completa) degli Epstein files, da tempo al centro dell’attenzione mediatica per l’enorme mole di informazioni che contengono, gettando discredito su decine e decine di personaggi – politici, ma non solo – che avrebbero intrattenuto rapporti con il finanziere: l’ipotesi – ancora tutta da verificare – è che alcuni tra i soggetti contenuti degli Epstein files potrebbero essere stati al corrente dei loschi traffici del finanziere, oppure – addirittura – averne preso parte.
Ultima tra le tante “vittime” politiche degli Epstein files è stato il premier britannico Keir Starmer per via dei rapporti conclamati tra il finanziere e l’ambasciatore britannico Peter Mandelson: il premier laburista, dal conto suo, ha ammesso di aver commesso un errore, chiedendo pubblicamente scusa a tutte le vittime; pur precisando di non c’entrare veramente nulla con i rapporti tra Epstein e Mandelson e rifiutando categoricamente di rassegnare le sue dimissioni.
Nel frattempo, il lavoro dell’FBI sugli Epstein files ha permesso di aggiungere un ulteriore tassello al già terribile quadro che sta emergendo: il finanziere e i suoi “clienti”, infatti, erano soliti usare un codice segreto nelle loro discussioni, parlando – per esempio – di “pizza” quando dovevano riferirsi a una ragazzina minorenne, oppure di “hotdog” quando il soggetto era un ragazzino; mentre nel frattempo si cercano prove sull’ipotesi che Epstein fosse in realtà un agente del Mossad.
