Memoriale delle vittime a Crans-Montana (Ansa)
Con le indagini per la strage di Crans-Montana – che recentemente ha visto aggiungersi un altro 18enne all’elenco dei morti, ormai arrivato a quota 41 – che procedono rapidamente, l’Italia sembra aver avviato una pericolosa (e, forse, inutile) partita diplomatica con la Svizzera il cui effetto è quello di star trasformando un dolore concreto e condiviso, in un terreno di scontro politico che non fa bene a nessuno, vittime in primis: un tema – quello della singolare posizione italiana su Crans-Montana – affrontato da Luca Robertini in un’interessante riflessione pubblicata su ilSussidiario.net in queste ore.
L’atteggiamento italiano e svizzero sulla tragedia di Crans-Montana è stato – ricorda Robertini – fin da subito profondamente diverso perché se nel primo caso il dibattito è diventato immediatamente mediatico alla costante ricerca di un colpevole da consegnare alla pubblica gogna; nel secondo si è optato per un “raccoglimento” in attesa che il “lavoro degli inquirenti” facesse il suo corso: una differenza dovuta soprattutto al fatto che in Svizzera la fiducia per la giustizia e le autorità pubbliche resta relativamente alta; mentre in Italia è – forse – ai minimi storici.
Proprio per questa ragione gesti come richiamare l’ambasciatore – peraltro fortemente “simbolico” e che nulla aggiunge alle indagini -, oppure chiedere le dimissioni del sindaco – prassi tutt’altro che frequente in Svizzera, in cui si attende sempre l’accertamento delle responsabilità prima di arrivare alle dimissioni – secondo Robertini rischiano di trasformare la tragedia di Crans-Montana in un “caso politico permanente“; compromettendo quella ricerca della verità e della giustizia che dovrebbe essere messa al primo posto sia dall’Italia, che dalla Svizzera.
