Uno stabilimento BYD in Brasile (Ansa)
La crisi dell’automotive è un fatto ormai ampiamente assodato, ben testimoniato dal calo netto nella domanda di veicoli all’interno dell’Unione Europea, ma spesso guardato da un punto di vista che non è sufficiente a spiegare la complessità di quanto sta veramente accadendo nel Vecchio continente: secondo Stefano Cingolani, infatti, il reale problema dell’automotive è che i produttori europei non sono riusciti a tenere il passo con l’offerta cinese, sprecando soldi su strategie industriali che si stanno dimostrano inefficienti.
La dimostrazione del punto di Cingolani, d’altronde, arriva dalle recenti dimissioni di Tavares dal gruppo Stellantis – ma la stessa dinamica si nota anche tra General Motors e Volkswagen – a causa di quel buco da 6,5 miliardi di euro, imputato (talvolta) a un disinteresse europeo per l’acquisto di veicoli elettrici; ma la realtà è diversa perché i dati reali sull’automotive certificano che – in realtà – i veicoli a batteria sono attualmente i più richiesti anche in Europa.
È qui che si inserisce l’appello si Blume e Filosa con il quale hanno chiesto a Bruxelles un netto cambio di paradigma sulla gestione dell’automotive: non più interventi spot nazionali, ma una strategia comunitaria che replichi – pur a somme linee – quanto si fece negli anni ’80 per il settore siderurgico; ma se è certo che sia tutt’altro che una strategia semplice da mettere in campo, la risposta di Bruxelles è stata quella di un completo silenzio che condanna l’automotive europeo a un futuro di irrilevanza mondiale.
