Christine Lagarde, presidente della BCE (Ansa)
È uno spunto di riflessione piuttosto interessante quello che offre il professore di Economia politica Gustavo Piga sulle pagine de ilSussidiario.net, partendo dall’ultimo World economic outlook nel quale il Fondo monetario internazionale ha rivisto – pur leggermente – al rialzo le stime economiche globali per il 2026: un punto – spiega proprio il professor Piga – certamente vero, ma che riguarda quasi esclusivamente “gli Stati Uniti [e] gli altri Paesi economicamente performanti”; mentre per l’Europa la crescita dell’economia resta coerente a quanto già previsto, con un certo sentore di stagnazione in sottofondo.
Il problema dell’economia in Europa – spiega ancora Piga – è legato al fatto che da diversi anni a questa parte è “diminuita (..) la quota di profitti [delle imprese] destinati a nuovi investimenti“, comportando una generale “finanziarizzazione del continente” e una diminuzione dell’attenzione per “l’economia reale”; ma se è vero che le imprese hanno fatto la loro parte, è altrettanto vero che una parte delle responsabilità ce l’hanno anche le autorità fiscali che si sono lungamente illuse che “gli investitori internazionali premino l’austerità“.
La soluzione, insomma, secondo Piga è piuttosto chiara e verte attorno al fatto che “un Paese cresce molto grazie agli investimenti pubblici [e] riesce a generare al suo interno risorse per crescere ancora di più”: ma se la teoria è semplice, la realtà è ben diversa perché in un contesto come l’Europa, per salvare l’economia servirebbe un accordo comunitario affinché tutti i paesi adottino politiche fiscali espansive; scongiurando il rischio che solamente alcuni lo facciano, generando “instabilità all’interno dell’UE”.
