Trump e Netanyah (Foto: Ansa)
L’attacco di Usa e Israele all’Iran non è stato deciso solo per motivi militari o di sicurezza, ma riflette calcoli economici e strategici ben precisi: per Trump lo scopo non è solo quello di rovesciare il regime, ma influire anche sulle dinamiche economiche. Una delle considerazioni principali di Sergio Luciano riguarda la produzione di petrolio da parte dell’Iran, pari a circa il 5% del mercato mondiale: per Trump la temporanea esclusione di questa offerta non avrebbe fatto impazzire i prezzi del greggio, il cui impatto sull’inflazione Usa sarebbe stato sostenibile. Lo dimostra l’esperienza del giugno scorso, quando un attacco israeliano portò il Brent da 62 a 72 dollari al barile, con successivo ritorno ai livelli di partenza.
Ma dietro la scelta c’è una visione più ampia: Trump mira a creare un quadrante del Golfo più pacificato con un regime filo-occidentale a Teheran, aprendo così vasti mercati di consumo e integrazione commerciale; ciò includerebbe l’inserimento di circa 93 milioni di iraniani in un circuito economico più vicino all’Occidente, con ricadute positive su esportazioni e consumi.
Da non trascurare poi la possibilità di controllare lo Stretto di Hormuz, via di transito vitale per oltre 30mila navi all’anno, tramite cui passano non solo petrolio ma anche ingenti quantità di gas naturale liquefatto, soprattutto dal Qatar verso l’Europa, per cui asicurarsi un accesso stabile a Hormuz attribuisce un vantaggio importante nel presidio delle rotte commerciali globali, incidendo sui costi di trasporto, assicurazioni e flussi di merci.
C’è, infine, una più grande strategia di contenimento della presenza economica della Cina: un Iran sotto influenza occidentale ridurrebbe i legami con Pechino, che ha cercato di estendere la propria influenza commerciale e tecnologica in Medio Oriente, ridisegnando equilibri di potere e accesso alle risorse.
