Esame di maturità (Ansa)
Sono uscire ormai da qualche giorno – immancabili sul finire di gennaio, quest’anno annunciate nel giorno 30 – le materie che comporranno la Maturità 2026 che promette (nei proclami del Ministero dell’istruzione) di tornare ai suoi antichi sfarzi di passaggio obbligato per sancire l’effettiva – appunto – maturità del candidato e non solo più le mere conoscenze accademiche: è proprio in questi proclami che si inserisce la riflessione pubblicata sulle pagine de ilSussidiario.net da Paolo Maltagliati, che – in qualità di docente di Filosofia all’IIS Bachelet di Abbiategrasso – la maturità 2026 la seguirà dall’altra parte delle “barricata”.
Quello della Maturità 2026 – spiega il professor Maltagliati – sarà, esattamente come tutti gli altri anni, poco più che un “rituale [che] si ripete, più o meno sempre uguale a sé stesso“, partito – da un lato – con i commenti tra il “sollievo e la disperazione” degli studenti che hanno scoperto le materie e – dall’altro lato – con quelli dei docenti: un rituale, appunto, “tribale” rappresentato da “un valzer cadenzato con le medesime battute” che tornano identiche ogni gennaio.
Per Maltagliati, insomma, la Maturità 2026 (ma anche quelle precedenti, senza grandi distinzioni) inizia ed esaurisce la sua funzione in un semplice “rito” che ha perso completamente il suo significato in un contesto storico in cui “nessuna università guarda più i voti dell’esame”, in cui alcuni docenti già stanno “affilando le unghie” in vista delle trasferte estive e in cui il voto – in fin dei conti – sembra pesare più sugli “insegnanti” che sugli effettivi studenti; ma la buona notizia è che restano ancora “quattro mesi” per ritrovare quel senso profondo dell’esame di stato del quale – in fin dei conti – più nessuno si interroga.
