L'ordigno usato per i sabotaggi ai treni (Ansa)
Si è chiusa la primissima fase delle indagini da parte della Digos sui sabotaggi ai treni che si sono verificati sabato scorso – in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina – nel nodo ferroviario emiliano, con gli inquirenti che hanno iniziato a porre i riflettori sull’ipotesi che ad agire siano stati dei veri e propri terrorismi: il fascicolo, infatti, dall’iniziale ipotesi di “danneggiamento aggravato” potrebbe essere presto rivisto in “terrorismo” e “attentato”, ma sarà la magistratura a decidere in base ai risultati emersi.
Facendo un passo indietro, è utile ricordare che i sabotaggi ai treni sarebbero stati almeno tre: in due casi, infatti, altrettanti ordigni erano stati posizionati nei pozzetti in cui si trovano i cavi per la circolazione dei treni nei pressi di Bologna; mentre il terzo episodio – unico ad aver prodotto parte degli effetti desiderati dei responsabili – è legato a un altro ordigno che avrebbe generato un incendio a una cabina di scambio sulla linea tra Ancona e Rimini.
Dalle indagini svolte in questi giorni dalla Digos sui sabotaggi ai treni è emerso che gli ordigni – recuperati in quel Bologna prima di esplodessero – erano stati fabbricati in modo rudimentale, collegati a un timer alimentato da una batteria che li avrebbe fatti esplodere in modo sincronizzato: l’ipotesi più accreditata sui responsabili è quella legata alle fronde anarchiche – già protagoniste di episodi simili a Parigi per le Olimpiadi di due anni fa -; ma tutte le ipotesi restano aperte.
