Xi Jinping, Presidente della Cina (Ansa)
Le terre rare sono minerali strategici per le tecnologie moderne (auto elettriche, batterie, smartphone e dispositivi ad alta tecnologia): lo sa bene la Cina che ha conquistato una posizione di quasi monopolio nella loro estrazione e lavorazione. Negli ultimi decenni Pechino ha investito in maniera massiccia per arrivare a controllare la maggior parte delle fasi della catena produttiva, dall’estrazione in miniera alla raffinazione. Infatti, è riuscita a costruire un sistema industriale molto efficiente e integrato, rafforzando la sua influenza mondiale su questi materiali critici. Per Giuliano Noci, prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, la Cina così può dettare prezzi e condizioni di mercato, causando dipendenze strategiche e vulnerabilità per altri Paesi, in particolare per quelli dell’Ue, che importano gran parte delle terre rare.
Nell’intervista a IlSussidiario.net avverte che l’Europa rischia di ripetere lo stesso “errore strategico” commesso in passato con l’energia, quando non ha saputo sviluppare una vera autonomia produttiva, finendo per dipendere da fornitori esterni, con effetti su costi e sicurezza degli approvvigionamenti. Con le terre rare potrebbe accadere qualcosa di simile: sono indispensabili per la transizione verso l’elettrico e l’alta tecnologia, per cui una dipendenza quasi totale dalla Cina può compromettere la competitività industriale europea e la capacità di raggiungere gli obiettivi di innovazione.
Serve una politica industriale e di approvvigionamento europea più ambiziosa, che includa investimenti in estrazione, raffinazione e catene di fornitura interne, oltre a diversificare i partner commerciali, secondo Noci, che chiede anche un intervento coordinato a livello comunitario per promuovere produzione locale e tecnologie alternative, altrimenti l’Ue rischia di restare ancora una volta dipendente da un altro continente per risorse critiche, con impatti non solo economici ma anche geopolitici.
