Trump (Ansa)
In un’intervista rilasciata in queste ore a ilSussidiario.net, il giornalista collaboratore del Washington Times Eric J. Lyman ha analizzato l’attuale posizione politica di Trump, pesantemente indebolita da fascicoli delicati come quello relativo ai dazi – soprattutto dopo lo stop da parte della Corte suprema -, gli Epstein Files e (forse soprattutto) l’andamento pessimo dell’economia statunitense: proprio quest’ultima è la ragione per cui gli elettori hanno scelto di puntare su Trump e dopo due anni di mandato la situazione non è migliorata, con l’inflazione e i prezzi che restano particolarmente alti.
Soffermandosi sul tema della bocciatura dei dazi, Lyman spiega che l’elemento più significativo della sentenza è legato al fatto che mai prima d’ora Trump aveva ricevuto “una bocciatura seria di una sua iniziativa”, peraltro da parte di un’istituzione in maggioranza Repubblicana: proprio per questo, è facile immaginare che d’ora in poi “giudici, parlamentari [e] ministri potrebbero non avere più così paura di parlare contro di lui”, temendo – così come è stato in precedenza – di perdere il loro ruolo.
Al di là della potenziali ripercussioni per il futuro politico di Trump, però, secondo Lyman è ancora presto per dire che questo “è l’inizio della fine per il presidente”: il parallelismo che il giornalista fa, infatti, è con Berlusconi del quale “tutti dicevano che era vecchio e finito, ma lui era sempre lì”; ipotizzando che anche se i sondaggi delle elezioni midterm lo danno come sfavorito, ci sia “un 3-4% di americani” che non vogliono ammettere apertamente di appoggiarlo, pur votandolo.
