Bibi Netanyahu, Premier Israele sul luogo distrutto dai missili Iran a Rehovot (ANSA-EPA 2025)
Una recente indagine condotta dal Pew Research Center di Washington sembra dimostrare un crescente astio nei confronti di Israele, scoppiato – non a caso – dopo l’inizio della guerra a Gaza nel 2023 e progressivamente cresciuto con i recenti eventi in Iran: un tema del quale ha ragionato l’economista e giornalista Marco Zacchera sulle pagine de ilSussidiario.net, soffermandosi sopratutto sulle strategie belliche dello Stato ebraico.
Partendo dai dati, Zacchera ricorda che sono circa il 60% degli statunitensi – appunto, secondo il Pew Research Center – a esprimere un’opinione negativa (in misura “molto” o “abbastanza”) nei confronti di Israele, circa il 7% in più rispetto allo scorso anno e – addirittura – il 20 per cento in più rispetto al periodo precedente al 7 ottobre del 2023; mentre anche in Italia, secondo Termometro Politico, l’entità politica ebraica è vista come “la maggior minaccia per la pace nel mondo”, superando sia la Russia, che l’Iran.
Dietro a questo astio, secondo Zacchera, potrebbe nascondersi sopratutto quella “dottrina della guerra permanente” abbracciata da Netanyahu, con tutti i fronti mediorientali che “restano aperti”, talvolta – come nel caso di Gaza – anche a dispetto degli accordi internazionali siglati: una strategia in cui non viene mostrato “riguardo per nessuno”, incluse “le truppe ONU” in Libano, recentemente vittime – soprattutto il “contingente italiano” – di attacchi che sono stati definiti “di avvertimento”.
