Sulla portaerei Usa Gerald Ford (Ansa)
Il ritorno dell’obbligo di registrazione al Selective Service System, imposto dal capo del Pentagono Pete Hegseth, riaccende negli Usa lo spettro della leva obbligatoria, evocando il ricordo traumatico del Vietnam e l’iconografia militare resa celebre da Stanley Kubrick in Full Metal Jacket, anche se ora tutto è cambiato, e le forze armate Usa si fondano su personale specializzato, formato in anni e non replicabile in tempi brevi.
L’iniziativa, secondo quanto riportato da Repubblica, nasce dalla competizione strategica con la Cina e dalle tensioni in Medio Oriente, ma appare più simbolica: gli Usa dispongono già di oltre due milioni di militari tra attivi e riservisti, e la guerra ora si combatte su terreni tecnologici, digitali e asimmetrici, per cui il soldato del XXI secolo è un tecnico, in grado di gestire droni, intelligence e sistemi avanzati, lontano anni luce dal fante improvvisato delle guerre del Novecento.
Ma il dibattito interno alle forze armate si concentra sull’autonomia decisionale e sull’evoluzione della dottrina militare: studiosi come Jonathan E. Czarnecki sostengono un archetipo in cui l’iniziativa individuale supera la disciplina cieca, in una fase nella quale i dati circolano in tempo reale.
La misura voluta da Hegseth si inserisce quindi in una visione più ideologica che strategica, ma il vero nodo resta l’adattamento a guerre ibride e all’intelligenza artificiale, per cui la leva obbligatoria sembra anacronistica: non saranno reclute inesperte a essere decisive, ma competenze, tecnologia e capacità di pensiero autonomo.
