Scontri No Tav in Val Susa (ansa)
Non è stato un assalto improvvisato e una rappresaglia destinata a finire con un nulla di fatto quanto accaduto nel pomeriggio di sabato in Val Susa, dove i manifestanti No Tav hanno distrutto buona parte dei cantieri per la costruzione dell’alta velocità tra Torino e Lione: un assalto studiato nei dettagli, ripassato meticolosamente e che – a dire di qualcuno – sembra essere solo il primo passo di una guerriglia più ampia che riesploderà in autunno, quando dovrebbe arrivata la talpa per scavare la montagna.
Secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, dietro ai disordini No Tav in Val Susa si nascondeva il collettivo che si fa chiamare “blocco nero”: completamente vestiti di nero per evitare di esporre qualsiasi lembo di pelle utile all’identificazione, sono riusciti a passare inosservati in mezzo alla folla pacifica di manifestanti, portando con sé pesanti zaini nei quali hanno nascosto tutto il necessario per assaltare e distruggere i cantieri.
Tra di loro, gli antagonisti No Tav non parlavano in italiano, né usavano i veri nomi, limitandosi a qualche gesto identificativo per riconoscersi, e ognuno aveva un compito preciso utile all’assalto principale: della prime indagini, inoltre, sembra essere emerso che la stragrande maggioranza degli antagonisti proveniva dalla Francia, qualcuno anche da Spagna e Germania, e pochissimi – forse meno di un centinaio – erano italiani.
