Stretto di Hormuz (Ansa)
L’Italia si prepara per la missione nello Stretto di Hormuz: a fornire qualche dettaglio è l’ammiraglio Giuseppe Berruti Bergotto, spiegando in audizione in Commissione Difesa che sono pronte quattro navi, due cacciamine, un’unità di scorta e una nave logistica. L’obiettivo principale sarebbe garantire la sicurezza della navigazione in un’area diventata instabile non solo per le mine, ma anche per gli attacchi con barchini veloci e le minacce missilistiche. “La chiusura di Hormuz può avvenire anche con mezzi relativamente economici“, ha dichiarato l’ammiraglio sulla vulnerabilità dello stretto.
Il nostro Paese, dunque, punta su una delle sue eccellenze militari: lo sminamento. I cacciamine della Marina, tra i più avanzati in ambito Nato, usano droni subacquei e sistemi a controllo remoto per individuare e neutralizzare ordigni. Un lavoro lento e meticoloso, spesso limitato a pochi chilometri al giorno, che espone però le unità a rischi elevati, rendendo indispensabile la protezione di navi di scorta.
Proprio per questo, ha chiarito Berruti Bergotto, un eventuale intervento operativo avverrebbe solo al termine delle ostilità : le operazioni di bonifica, infatti, richiedono condizioni di relativa sicurezza per evitare perdite e garantire efficacia. Il possibile dispiegamento italiano si inserirebbe comunque in un contesto internazionale, all’interno di coalizioni multilaterali sotto egida Nato o Ue; già ora l’Italia è coinvolta nelle missioni Atalanta e Aspides.
Dietro la dimensione militare c’è una posta economica enorme in ballo: anche se l’Italia importa solo una quota limitata di petrolio dal Golfo, le tensioni nell’area hanno già fatto salire i prezzi del 40%, per cui in un sistema mondiale interconnesso, ciò che accade a Hormuz si riflette anche nel Mediterraneo e sui costi per i consumatori.
