Il terminal petrolifero iraniano sull'isola di Kharg (Ansa)
Nonostante recentemente la Banca centrale di Teheran abbia reso noto di aver incassato i primissimi introiti per il pedaggio imposto sull’attraversamento dello Stretto di Hormuz, l’impatto del blocco navale statunitense inizia a farsi sentire sull’export di petrolio iraniano, tanto che i depositi interni del regime degli ayatollah sono sempre più vicini alla saturazione, con le conseguenti perdite economiche derivate dalle mancate vendite sul mercato estero.
Stando ai dati non ufficiali raccolti dalle piattaforme indipendenti Kpler e Vortexa, infatti, se fino a febbraio – quando lo Stretto era aperto e il conflitto con gli USA doveva ancora iniziare – erano pari a 2,2 milioni i barili giornalieri di petrolio iraniano esportati nel mondo, tale cifra a marzo si è ridotta a 1,8 milioni, per poi (quasi) dimezzarsi dall’avvio del blocco statunitense: attualmente, infatti, l’export ammonta a “solo” 1,2 milioni di barili giornalieri.
Naturalmente è pressoché impossibile stimare quanto questa riduzione dell’export di petrolio iraniano impatti sulle casse pubbliche di Teheran, ma è certo che attualmente i depositi – secondo i dati di FGE NexantECA – siamo pressoché saturi, con 90 milioni di barili (ovvero due mesi di produzione) fermi dentro i confini iraniani: l’ipotesi è che anche gli ayatollah si troveranno presto costretti a ridurre le produzione, seguendo l’esempio dei vicini Paesi arabi.
