Reza Pahlavi (Ansa)
GiĂ da tempo visto come il possibile uomo al comando dopo la fine (forse imminente) del regime degli ayatollah, Reza Pahlavi è intervenuto in queste ore sulle pagine del Corriere per descrivere la sua idea sul futuro di un paese che troppo a lungo è rimasto sotto lo scacco da parte di questo o quell’altro leader spacciatosi per democratico: un piano che, perĂ², sembra non piacere a una consistente parte degli stessi iraniani, che vendono nel figlio dell’ultimo sciĂ un proseguo di quel passato imperiale del quale vorrebbero disfarsi.
Dal canto suo, perĂ², Reza Pahlavi sostiene di avere un preciso piano in mente che partirĂ con la “battaglia finale” dopo l’intervento statunitense e israeliano e passerĂ attraverso “cento giorni” in cui sarĂ lui a guidare il paese con un governo di transizione: il suo compito – spiega – sarĂ quello di ristabilire l’ordine democratico e indire le prime vere “libere elezioni democratiche” in Iran, lasciando poi il posto a chiunque dovesse risultare vincitore alle urne.
Nel futuro dell’Iran Reza Pahlavi vede “servizi essenziali [e] sicurezza” per tutti i cittadini, ma anche “libertĂ individuali, uguaglianza [e] separazione tra Chiesa e Stato”, con rapporti ottimi con tutti gli attori della regione – tanto che sostiene di aver giĂ parlato con i funzionari di Netanyahu, che avrebbero gradito il suo progetto – e anche con quelli esteri, soprattutto con gli Stati Uniti di Donald Trump.
